FUIS international
Federazione Unitaria Italiana Scrittori

Invito alla Lettura: SCRITTORI d’OGGI da leggere

09/06/2016

(Tanti scrivono, pochi lo sanno fare)

    La FEDERAZIONE UNITARIA ITALIANA SCRITTORI indica ai propri associati, ai lettori (forti e deboli), ai colleghi, gli scrittori italiani che danno un contributo alla riflessione sulla lingua mantenendone le qualità, e rinnovandone le proprietà. Scritturapenna

Per le segnalazioni che seguono vengono considerati i romanzi editi negli anni 2014, 2015 e 2016. 

       I nomi sono disposti in ordine alfabetico a prescindere dalla data di edizione del testo. Le successive valutazioni di merito spettano al lettore che, se vorrà, potrà inviarci un suo parere critico all’indirizzo di posta elettronica info@fuis.it .

Un invito alla lettura di testi, a nostro avviso i migliori, che presentano sicure proprietà narrative e linguistiche. Ciò senza volontà di contraddire le graduatorie, che compaiono sui giornali, orientate a segnalare la vendita dei libri.

Niccolò AMMANITI, Anna, Torino, Einaudi 2015.
Pag. 15 “ Il cane nero guadagnava terreno. Anna accelerò, il cuore che pompava a ritmo con i passi. Non avrebbe retto tanto. Doveva fermarsi e affrontarli. Se almeno avesse avuto un coltello. Ne portava sempre uno con sé, ma quella mattina lo aveva dimenticato. Era uscita con lo zaino vuoto, una bottiglia d’acqua. 
Il sole era quattro dita dall’orizzonte . Una palla arancione invischiata in una bava viola . Questione di poco e la pianura se lo avrebbe inghiottito. Dall’altra parte la luna era sottile come un’unghia. 
Si girò. Il cane era ancora lì.”

Marco BALZANO, L’ultimo arrivato, Palermo, Sellerio, 2014
Pag. 18: “DUE. Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impazziti, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese , anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la  miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta”

Diego DE SILVA, Terapia di coppia per amanti, Torino, Einaudi, 2015
Pag. 13: “CAPPOTTARE DA FERMI. D’accordo , può darsi che negli ultimi tempi io stia  un po’ esagerando. Mi sveglio nel cuore della notte e gli lascio messaggi immotivati in cui gli dico che non deve cercarmi mai più. Gli chiudo il telefono in faccia e poi lo stacco. Lo chiamo più volte quando non può rispondere perché voglio che sappia che sto male senza di lui. Sulle prime fa il colloquiale (lo riconosco subito – perché lo odio – quel tono falso disinvolto che prende quand’è in compagnia, specie se ha intorno degli amici), ma alla terza o quarta telefonata deve andare a nascondersi in bagno per rispondere, e io allora infierisco, perché non accetto di essere trattata in qual  modo”.

Chiara Gamberale, Quattro etti d‘amore, grazie, Milano, Mondadori, 2013
“ Mamma. Mamma, mamma.
Le corre incontro il più piccolo ch ha gli occhi enormi , verde strano, proprio come i suoi.
Mamma. S’incolla allo stipite  della porta la grande,chissà di che colore ha gli occhi, li tiene sepre fissi sulle ballerine, ma a lei, solo a lei. Liu punta addosso fiduciosa, sfacciata, felice e basta.
Mamma.
E’ tornata.
Mamma.
E’ tornata mamma.”

Marco Malvaldi, Buchi nella sabbia, Palermo, Sellerio, 2015
“Bartolomeo Cantalamessa non faceva l’impresario.  Bartolomeo Cantalaessa  era un impresario. Tutto il resto che gli era capitato nella vita erano state cause e conseguenze di quello che l’uomo reputava esser il mestiere più bello  del mondo: tra le cause , due genitori amanti della  musica  e un diploma in pianoforte, e tra le conseguenze delle amanti, tanti soldi, e una vita in cui la parola “noia” era un concetto astratto. 
-E il resto degli interpreti?
-Nessuna per il resto degli interpreti.
E quindi, caro ciccio , tu hai il doppio delle romanze del soprano. E infinita più importanza del resto del cast. Chi se ne frega  degli altri, l’opera la fa Cavaradossi. E Cavaradossi potesti essere te.”

Paola Mastrocola, L‘esercito delle cose inutili, Torino, Einaudi, 2015
Pag. 21 “Capitolo 5 in cui Richmond spiega il mistero dei prati, non prova  fare il funambolo perché soffre di vertigini ma prova a occupare panchine, e osserva molto i cani far pipì.
Acrobati, stira cravatte,  macinacaffé, cavalli spersi, poeti che declamano poesie, centrini di puzzo all’uncinetto, pittori e cavalletti, pecore belanti, violinisti, cinghialesse a spasso con i loro piccoli, aquile di gesso (quelle da mettere sui pilastri delle villette), pastelli a cera, lavagne in ardesia, pigne secche senza pinoli, posacenere da ristorante, pinoli vaganti, conigli bianchi delle nevi, giocatori di bocce, saltatori di staccionate, fiori finti, vecchie spille d’oro, nastrini di velluto, insegnanti in pensione, cappelli con la veletta, parrucche bionde segnaposto a forma di renna on la slitta..… Un’accozzaglia di persone e cose che non avete idea. Mica sola asini e libri.
Intanto è un posto gigantesco. Non finisce mai.”  

Michela MURGIA, Chirù, Torino. Einaudi, 2015
Pag. 5. “Lezione uno. (…) Uscimmo di casa come  una famiglia, reggendo tutti insieme l’invisibile impaccio di una formalità che in provincia significa ancora “domenica”. I vicini, se fossero stati il genere di persone che nota questi particolari, avrebbero capito più cose da come camminavamo per strada che da qualunque altro segnale. Babbo si era rinsaldato mamma sottobraccio e procedevano affiancati senza fretta, lui nel paltò di pelle  marrone liso  sui gomiti e lei, più alta e stretta, in un cappottino color zafferano che faceva apparire splendente il suo caschetto biondo. Distanziato in avanti di qualche metro, ma sulla stessa direttrice dei miei, camminava Daniele, come un cane agganciato a un invisibile guinzaglio teso; con lo sguardo puntava alle luci delle attrazioni meccaniche dove lui, che di anni ne aveva undici e mezzo, poteva salire finché voleva. Io saltellavo di lato,sfilata come le calzemutande d nylon bianche che mi stringevano le gambe storte. Quella sera mi sentivo fiera delle mie scarpe di vernice brillanti nonostante i graffi rimediati  contro la ghiaia ed ero di ottimo umore, in barba a mio padre, alla stanchezza del pomeriggio di gioco e alla disapprovazione di mamma”.

Edoardo NESI, L’estate infinita, Milano, Bompiani, 2015
Pag 33: “Lascia piangere gli altri. Un diaccio giorno d’inizio dicembre Vittorio tornò da scuola in ritardo. Si era dilungato a raccogliere dal marciapiede le ultime castagne dell’anno, fino a riempirsi le tasche dei pantaloni e del cappottino di lana blu. Qualche settimana prima quando ne aveva portate un manciata alla nonna  annunciando che le avrebbero mangiate insieme a merenda , lei lo aveva carezzato e gli aveva spiegato che non erano castagne vere – quelle buone da arrostire che gli piacevano tanto le caldarroste – e anzi non erano nemmeno castagne, ma i semi velenosi di un altro albero, l’ippocastano.
- Perché il castagno è un albero nobile., Vittorio, sai? L’hai  mai veduto? Non cresce in città, a solo in collina , dove l’aria si fa  fina. Fa anche rima!”

Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Torino, Einuadi, 2013
“Certo, lo avevo capito subito che quel muro era il muro della Reggia. Tutti lo sapevano, a Caserta, che cominciava dal centro della città e saliva sulle colline. Ma non avevo mai calcolato il perimetro dell’interno con le misure dell’esterno. Cioè quando il ragazzo aveva detto qui – non potevo rendermi conto di dove ci trovavamo.
Quindi , restai senza fiato.
Eravamo in cima, appena sotto la cascata, il punto che chiunque desiderava raggiungere quando entrava nella Reggia. Avanzai lentamente, con una mano che sfiorava l’acqua  oltre il bordo della grande fontana, attratto dalla statua di donna seminuda, coperta da un panno svolazzante, poggiato sulle parti che non  bisognava vedere”.
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